Salvezza, ma come? Seconda parte
L’efficacia
della grazia di Dio e le sue conseguenze
Il
versetto 8 chiarisce bene la base della salvezza in Cristo, cioè la grazia. Una
grazia destinata all’uomo peccatore che proviene da un Dio ricco in
misericordia e grande in amore. Dio desidera farci dono della sua
salvezza. Per ben tre volte in un breve
passo Paolo pronuncia la parola grazia e la ricchezza della grazia di Dio (2:7).
La
ricchezza dei contenuti nei versetti da 1 a 7 anticipa "l’infatti” che troviamo
al versetto 8. La frase “è per grazia che siete stati salvati” è una delle
frasi principali che troviamo nel periodo. Un’altra è “è il dono di Dio”.
Dunque, legando le due frasi, la traiettoria dell’apostolo Paolo sembra chiara,
che la salvezza è per grazia, mediante la fede ed è soprattutto un dono.
Rinaldo Diprose in uno dei suoi articoli di Lux Biblica sulla soteriologia
spiegava che nel versetto il “ciò / dono” non si riferisce alla fede come
Agostino asseriva. “Bisogna concludere che “ciò / il dono di Dio” non si
riferisce direttamente a “fede”, bensì alla salvezza che si ottiene per grazia
e non per opere”. Dalla costruzione grammaticale del greco si vede che la
salvezza è un dono, ricevuto per grazia.[1]
Oltre alla conoscenza dei tempi dei verbi che ci inducono a capire
dell’immediatezza della salvezza, è utile definire il dono e la grazia. La parola “ciò” nel versetto 8 in greco è
neutro, mentre la parola fede è femminile. Perciò non può essere riferito alla
fede, ma alla salvezza. Francis Foulkers fa notare che il “versetto 9 si
riferisce alla salvezza e non alla fede. Infatti è la salvezza e non la fede,
che non è in virtù di opere”. Nelle loro lettere sia Giacomo che Pietro
collegano la rigenerazione dell’uomo all’azione della Parola (1 Pietro 1:23;
Giacomo 1:18). Paolo poi in Romani 10:17 afferma che la fede viene da ciò che
si ascolta e ciò che si ascolta viene dalla Parola di Cristo [2]. La
salvezza quindi è gratuita e non per opere perché Cristo Gesù l’ha compiuta
alla croce. La salvezza è un dono e non un premio. [3]
La
parola dono[4] è
ricorrente nel Nuovo Testamento ed indica l’azione del donare, cioè del
regalare qualcosa spontaneamente e senza aspettarsi nulla in cambio (offrire,
dare una cosa in dono; esempio: cos’hai ricevuto in dono per Natale?).[5]
L’etimologia della parola sembra chiara e, nel suo contesto, Paolo sta dicendo
che la salvezza è un regalo da parte di Dio e chi lo riceve è totalmente
immeritevole ed incapace di contraccambiare.
La domanda da porsi oggi è: la salvezza della tua anima in Cristo è un dono o un merito religioso? Paolo sembra essere chiaro che la salvezza della propria anima è per grazia mediante la fede, quella posta nell’unico e completo sacrificio vicario di Cristo Gesù. Non “viene da noi” quanto bravi, impegnati in opere varie e meritevoli ci sentiamo. La salvezza è il dono di Dio. La consapevolezza della propria salvezza come semplicemente dono di Dio, trasporta il proprio se ad un vero ringraziamento e riconoscenza. Credere che qualche beneficio o azione religiosa ci porti ad uno stato di grazia, getta ombra e scalfisce il meraviglioso dono di Dio.
Se fosse per opere, allora si che ci
sarebbe da vantarsi e Paolo qui lo esclude categoricamente!
Un abbraccio,
Patrizio Z.
[1]
Diprose Rinaldo, La salvezza, l’insegnamento e le questioni dibattute, Lux
biblica n.32, (Ibei 2005), 61.
[2]
Diprose Rinaldo, La Grazia: secondo il Nuovo
Testamento e nel pensiero della Chiesa, Lux Biblica, n.25, 12.
[3] Wiersbe Warren W., Be Rich, Ephesians, (Victor 1998), 45.
[4] Strong, Hebrew and Greek
Dictonary : δῶρον
dōron A present; specifically a sacrifice: - gift, offering.
Nei Vangeli, Matteo sette volte, Marco una volta e Luca due volte usano questo termine. Il termine ha maggiormente il significato legato all’offerta del sistema dei sacrifici del VT.
Nella lettera agli Ebrei, troviamo la parola dono cinque volte ed una in Apocalisse.
McGrarth Alister E., La
riforma protestante e le sue idee sovversive. “La salvezza era un dono, non
qualche cosa che si guadagnasse tramite i propri forzi o i propri meriti”
pensando alla teologia dei riformatori e particolar modo a quella di Martin
Lutero, 337.
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